CAI Club Alpino Italiano Sezione della Spezia

Cervino, un sogno realizzato

Ci sono salite che sogni una vita poi, una mattina ti svegli e ti rendi conto che il sogno è diventato realtà. In un’estate un po’ strana, piena di pensieri, problemi di salute e tristezza, non avremmo mai pensato che ciò potesse avvenire.
Una salita decisa all’ultimo, tra mille incertezze: in primis il ginocchio di Emanuele, poi la mancanza di un minimo di acclimatamento, il partire in un fine settimana (chissà quanta gente ci sarà!) e il tempo ridotto veramente all’osso, solo due giorni e mezzo partendo da Sarzana.
Ma il Cervino in condizione perfette, come in quel momento, è difficile trovarlo. Quindi decidiamo di giocarcela e di tentarlo dalla “Cresta del Leone”, la cosiddetta via “normale” italiana. Giovedì pomeriggio prepariamo gli zaini e venerdì, dopo il lavoro, partiamo alla volta di Cervinia.
La sera bivacchiamo nel bagagliaio della nostra auto, in un comodo parcheggio, insieme a tanti furgoncini provenienti dalle più disparate parti d’Europa. Mi sa che per la salita non saremo soli! Al mattino, dati gli ultimi ritocchi allo zaino e fatta un’abbondante colazione, ci rechiamo all’appuntamento con la jeep che ci accompagnerà fi no al rifugio Duca degli Abruzzi, alleggerendoci la salita di 700 metri. Dal rifugio inizia la prima parte dell’ascesa: 1000 metri di dislivello che non danno tregua, per arrivare alla Capanna Carrel a quota 3800 metri. Arranco sotto il peso dello zaino; entrambi abbiamo 3 litri d’acqua a testa, più il cibo e tutta l’attrezzatura alpinistica.
Passo passo, riusciamo ad arrivare alle corde fi sse che precedono l’arrivo al rifugio. Troviamo la corda della Chemineè, riposizionata dopo la frana del 2003, veramente impegnativa: una fucilata verticale che, visto il peso che abbiamo sulle spalle, ci lascia senza fiato; ma siamo ormai sotto alla Carrel e la cosa ci rinfranca. La raggiungiamo in mezzo ad un odore nauseabondo, ma, per fortuna, deviamo appena in tempo per non finire proprio in mezzo allo scarico a cielo aperto della toilette.
La Carrel è un nido d’aquila, appollaiato sulla cresta; chi prima arriva, meglio alloggia per cui, come prima cosa, ci andiamo a conquistare due comodi posti letto.
Inizia poi la snervante attesa della partenza per la salita. Che fare in un bivacco intorno a cui c’è solo il vuoto? Mangiamo qualcosa, tentiamo di dormire, facciamo una ricognizione all’attacco della via, scattiamo foto. Nel frattempo il rifugio si riempie sempre più, in un’accozzaglia di lingue diverse e di strani odori di cibi non identificati.
Le Guide di Cervinia consigliano di partire dopo di loro, alle 4.30; noi decidiamo di anticiparle e di partire alle 4, insieme ad altre cordate. Suona la sveglia, colazione veloce e ci siamo, si parte, in una magnifi ca notte stellata. La Corda della Sveglia, il Mauvais Pàs, le Rocher des Ecritures, il ghiacciaio del Linceul, la Corde Thyndal. Uno dopo l’altro si susseguono i famosi passaggi, ai quali addirittura, appunto, è stato dato un nome preciso.
L’alba, meravigliosa, ci coglie che siamo già sul Pic Thyndal a 4241 metri e illumina il vuoto intorno a noi, finora occultato dalla notte. Ma illumina anche la vetta, che ora appare davvero vicina. La salita, qui, offre una tregua: percorriamo una parte di cresta orizzontale, fino all’Enjambée, acrobatico passaggio che separa il Pic Thyndal dalla parte superiore della testa del Cervino. Arriviamo al Col Felicité, poi ancora corde fisse e siamo alla famosa scala Jordan, scala a pioli in legno e corda, che spenzola nel vuoto. Alla fine della scala mi fermo a prendere fi ato, respiro profondo, ci siamo quasi oramai. Ancora qualche canapone e, infine, sbuchiamo sulla cima. Non ci posso credere, siamo sulla vetta del Cervino!
Per l’emozione mi commuovo, Emanuele mi ha fatto il regalo più bello: aiutarmi ad esaudire un sogno, cullato per anni e sempre rimandato per mille motivi.
Dopo le foto di rito, inizia la lunga ed impegnativa discesa dai 4478 metri della cima a Cervinia, perché, domani, dobbiamo tornare al lavoro. Ancora concentrazione ai massimi livelli, dato che non ci si può permettere mai di sbagliare e giù, fino alla Carrel e poi fi no al Duca degli Abruzzi.
La jeep non ci può portare a valle; barcollo negli ultimi 700 metri di discesa sotto il peso dello zaino. Il parcheggio e la macchina ci appaiono come un miraggio.
Quando arriviamo, finalmente, lanciamo tutto a terra e alziamo lo sguardo; il Cervino si nasconde sotto le nuvole. Noi ci abbracciamo, ora possiamo dirlo:
ce l’abbiamo fatta!
Tiziana e Emanuele


Il Cervino arrampicata
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